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2006  –  CONTROVERSO  catalogo mostra – Galleria Maniero – Roma.

Le grandi tele di Francesco Tulli raccontano, indirettamente, un tempo sciupato e consunto, evocato dal mutismo freddo degli oggetti che vi abitano e dalla rigidità informe dei panorami visti dall’alto. Il suo sguardo, in un primo tempo “fotografico” e in seguito assolutamente “pittorico”, da sempre immediatamente riconoscibile, svela la corrispondenza fra noi e gli oggetti, anche se colti lateralmente, in maniera volutamente incompleta, ma nell’attimo esatto della consuetudine più intima. Le sue opere ci indicano come spesso siano proprio le cose a parlare per noi, a descrivere la nostra posizione rispetto allo spazio e la nostra perenne manovra per convivere con esse.
Sono proprio le cose in sé, sembra suggerire la Tulli, nella loro disposizione e consunzione, a riflettere ciò che si è.
L’oggetto e la panoramica diventano la metafora di una cultura più vasta e di una precarietà che non si vuole affrontare, ma che persiste al di là dell’esigenza di sistemare tutto. Un’inquietudine che a volte si nasconde proprio in ambienti quotidiani, svelata come se non ci appartenesse direttamente, ma con la possibilità di regalare un altro sguardo sulle cose del mondo. La stratificazione pittorica delle tele, calda e sedimentata, spesso in bianco e nero, o virata sul rosso, tende a coprire più che a svelare gli oggetti, per assumere distanza da ciò che simboleggiano e da chi li ha vissuti. L’abilità dell’artista consiste anche in questo: nel nobilitare materiali senza grande valore estetico, nel rendere affascinante il banale quotidiano e nello spingersi oltre allo sguardo distratto, per scoprire il fascino di ogni singola cosa, che finisce per espandere luce dal suo interno.
Pur percependo, nell’intero percorso artistico di Francesca Tulli, la predisposizione ad esplorare gli spazi con l’aiuto del proprio corpo, il risultato non è mai autoreferenziale, perché non fa altro che spingere il fruitore lontano dallo spazio del consueto. Le tele sottili e verticali simili a fessure, gli spazi ribaltati e le visioni sghembe, che creano dapprima una complicazione visiva, offrono una chiave di lettura per comprendere e accettare il mondo.
Itinerari compiuti dapprima fra le pieghe di una quotidianità sobria e polverosa, stanca, in luoghi appena percorsi e lasciati in silenziosa solitudine, cui si sovrappongono in seguito a squarci di un esterno lontanissimo e contemporaneamente incombente e minaccioso. L’artista non sembra prendere posizione, non indica cosa sia meglio scegliere: se il dentro, accogliente ma insidioso, o il fuori, nella sua immensità e inafferrabilità.
In queste ultime tele ad olio, “Controluce” e “Alta – quota”, di grandi dimensioni, il rapporto fra interno ed esterno si riflette in un viaggio percorribile solo grazie ad una straniante casa volante. Dalla luce interna, paradossalmente calda, di un’illuminazione artificiale, si passa ad un controluce esterno nitido e raggelante. Entrambe le prospettive risultano impossibili, a meno che non si tratti davvero di vivere su un veicolo volante. Si tratta quindi di un percorso “fisico e mentale”, al di sopra delle nuvole, che manifesta la possibilità di una prospettiva diversa, capace di confondere e sovrapporre luce e tempo, rotazione e movimento.
L’assenza persistente del corpo, pur contraddetta dalle prove evidenti del suo passaggio, si concentra esclusivamente sulla tela, poiché la scultura, a partire dal primo test (Antitesi, 2001) ne fa, al contrario, il suo unico protagonista.
Lo scontro fra il fuori e il dentro si specchia nel doppio binario pittura/scultura, offrendo stratificate possibilità di lettura delle opere. L’impossibilità di avere un solo punto di vista, per collegarsi ad un unico panorama, si riflette nella presenza delle due coppie di piccole sculture in bronzo presenti in mostra (“Controverso”, 2005) al centro di due lunghe e sottili aste di legno che partono da terra e si collegano con il soffitto. Ognuna rappresenta due sagome in equilibrio, una sull’altra, simili a sottili ma resistenti cariatidi, che sfidano l’apparenza del tempo e dello spazio. Sculture che vivono come immagini contrarie e speculari nelle sagome sovrapposte e nella donna che si sostiene sulle mani osservando la propria immagine riflessa su una sfera. Un’ulteriore possibilità di aggiungere allo stravolto archivio del vissuto la contorsione di un corpo che ne diventa l’ideale osservatore.

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