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2014 –  LO SGUARDO ALTROVE   catalogo mostra –  Galleria Baccina Techne – Roma.

Francesca Tulli è un’artista attenta, che guarda e osserva la realtà da diverse angolature, inquadrando lo spazio, entro geometriche profilature, per mezzo di puntamenti di luce, come appostamenti dello sguardo, che spiano e rendono la visione ultima il risultato di un pensiero, con un taglio e un’impostazione che spostano la sua visione su un piano che travalica il reale e affonda radici nella surrealtà. È aiutata nella sua esperienza dalla conoscenza e frequentazione dello scatto fotografico o della ripresa cinematografica, che permettono di usare il mezzo tecnico come un occhio che l’artista utilizza per scavare negli angoli bui e nascosti del vivere quotidiano e si abbassa o si libra, superando a volo radente le superfici dei tappeti, scartando i tavolini, le sedie e i vasi con piante ornamentali, scavando in profondità in quella che diventa l’immagine di un mondo “altro”, rovesciato e capovolto, diversamente costruito e impaginato. Indicativamente, a volte le sue tele riprendono paesaggi estrapolati dalle pagine di un libro disteso e aperto, pronto per essere sfogliato dall’occhio e letto dalla mente, in posizione sbieca e distorta, in una interpretazione della realtà come frutto di sogni impegnati in un capovolgimento della normale comprensione e visibilità, un metalinguaggio pittofotoletterario.
Le impalcature che la Tulli utilizza per l’edificazione di queste architetture dell’immaginario sono strisce ,bande di colore velato e trasparente, larghe campeggiature che procedono come binari paralleli. Sono luci gelatinate di rosso, ma a volte anche in verde, su basi monocromatiche in bianco e nero, che tagliano il quadro come i puntamenti dei fari di una messa in scena teatrale o le forbici di un montatore cinematografico. Tutta la composizione offre visuali lette in diagonale, squarci di un’anima sofferente e lacerata che produce sulla tela effetti di devastante spaesamento, delocalizzazione e tridimensionalità. Un disequilibrio che scompagina certezze e provoca mancamenti, deviazioni e vertigini come fossimo sull’orlo di un baratro.
A bordo di un velivolo miniaturizzato, l’artista ci fa sorvolare tappeti e superfici i cui colori si aggrovigliano in un maelstrom che induce nello spettatore lo sfasamento della visione, trascinandolo in un vortice in cui sprofonda la coscienza e lo sguardo.
L’eco è stridente, la musica che accompagna questa rappresentazione è quella di un Cage o di uno Schomberg e le frange di un paralume, le ombreggiature, le gambe mozzate di un tavolino, i sofà incombenti, sono tutte inquadrature da film di Dario Argento e fanno pensare ad una rivolta degli oggetti, un rovesciamento della comprensione sintetica e totalizzante per privilegiare una lettura analitica e parcellizzante, ove il particolare si erge a catalizzatore dell’attenzione. L’apparato e l’apparecchiatura, strutturata fortemente, provoca reazione ad alto impatto emotivo, dalla claustrofobica segregazione in una stanza chiusa alla vertigine dell’altezza.
La luce, sempre soffusa e indiretta in questa tenebra, riverbera gli sguardi sconvolti di un sognatore disfatto, disteso sul pavimento o, indifferentemente, la visuale di un ragno appiccicato al soffitto, in un rovesciamento dimensionale semantico. Atmosfera densa e inquietante, soffocante tensione che porta a scappare per tangenti oblique, con sviluppi fulminanti di geniale taglio filmico. Le ampie vetrate convogliano l’interesse da questo interno opprimente verso un esterno di paesaggi immaginari di città, costruzioni topografiche mentali sghembe ma anche,nell’ultima produzione, paesaggi naturali che inducono a pacifici pensieri di infinita bellezza e serenità, in collocazioni ove immense portepareti sembrano schiudersi verso universi sconosciuti. Esplorazioni della mente, che scava e si addentra in territori favolistici e incontaminati.
Questa distorsione trova il suo omologo nella scultura. L’analogia è evidente nelle figure soggette a spostamenti, squilibrate, che trovano collocazioni e posizioni rovesciate e in costante performance ginnica, quasi acrobati ed equilibristi di un circo immaginario. La posizione sospesa e costantemente in bilico su posizionamenti di supporto provoca un’instabilità bugiarda in cui le leggi della fisica sembrano sovvertirsi in favore di una realtà parallela, mutata nelle sue regole da un diverso equilibrio dinamico.
Questo mondo si popola ora di nuovi abitanti, le cui teste ci guardano, nell’ultima produzione in ceramica dell’artista, come provenendo da un passato lontano, con profili importanti di derivazione quattrocentesca e un occhio vacuo e spento, riflesso degli occhi smarriti delle sibille, alla ricerca nella loro immota, dubbiosa staticità, di responsi duplici e misteriosi,in intima coesione con la natura e le cose.
In questa mostra troviamo anche piccole entità totemiche, quasi degli amuleti portafortuna da tenere nel palmo di una mano, o anche illuminate da piccole luci all’interno, come fari o lucciole a segnare il cammino verso un’approdo di meditazione e introspezione forse solo interiore.
Francesca Tulli, di complessa e multiforme personalità, partendo da una pittura altalenante tra monocromatica e audacemente coloristica di forte derivazione surreale, approda ad una scultura in cui il potente movimento della linea e delle masse produce originali risultati nella ricerca di una nuova figurazione. Visi dallo sguardo attonito e perplesso ci guardano da lontananze siderali, marcando la distanza da un altrove problematico e contraddittorio. Abitanti sospesi, in bilico tra realtà e immaginazione, con teste come Giano bifronte, risultato di antropomorfiche derivazioni vegetali. Facce sbilenche, premonitrici di un futuro inquietante e minaccioso.
Lo sguardo dell’artista, attraverso i personaggi delle sue storie va oltre le naturali fattezze e le sembianze degli attori, per inoltrarsi in un altrove ove le vicende diventano racconto di un teatro fantastico ed evocatorio, l’attesa di un evento imperscrutabile ed inafferrabile. Poesia del mistero.
Francesca Tulli, col suo pennello e la sua creta tesse ragnatele che collegano esperienze nuove tra mondi lontani e tecniche diversissime, in una girandola di impressioni e letture che privilegiano il pensiero e la ragione, in una continua ricerca che rende la sua opera sempre viva, in un percorso di instancabile rinnovamento artistico.

 

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